Tristan Harris: la tecnologia non ci deve rendere dipendenti

6 marzo 2018

Avete mai iI dubbio di essere troppo connessi? Il parere di Tristan Harris

Da designer di google a promotore di una nuova battaglia perché gli sviluppatori di software e app, così come gli web designer non sfruttino le debolezze degli individui per la promozione e la collocazione sul mercato dei propri prodotti o campagne: ovvero Tristan Harris.

Questa in sole tre righe la parabola curiosa ma forse poi non così tanto di un uomo che allontanatosi dalla sua prestigiosa occupazione sembra aver subito un’importante evoluzione in pensieri, parole e missioni.        

Fondatore dell’associazione  no-profit Time Well Spent, Tristan Harris promuove un nuovo senso etico a fondamento delle professioni legate allo sviluppo e pubblicizzazione dei prodotti tecnologici.

Invoca un vero e proprio codice etico da sottoscrivere per gli addetti ai lavori, sostenendo come le modalità di fruizione di molti degli attuali dispositivi tecnologici inneschino meccanismi di dipendenza nelle persone. È necessario allora secondo Harris che i professionisti del settore cambino prospettiva e assumano un comportamento più responsabile nei confronti del pubblico di destinazione delle loro creazioni.

Tristan Harris e la tecnologia

I processi di dipendenza indotti dalle nuove tecnologie

A essere messe sotto la lente d’ingrandimento non siano sempre le fragilità e le debolezze degli utenti consumatori, ma piuttosto la tecnologia e le sue applicazioni vengano volte e rivolte a reale beneficio del prossimo. Harris spiega come l’impegno dei suoi colleghi sia una inarrestabile corsa per trovare l’espediente, lo stimolo giusto in grado di catturare l’attenzione degli utenti e incollarli agli schermi per il tempo maggiore possibile.

Una sfida per quella che Harris definisce come la scalata all’economia dell’attenzione, un’arma potente in grado di veicolare messaggi e generare bisogni nel consumatore.

Cosa fare dunque?

Secondo Harris il primo passo, come avviene in molti casi, è prenderne coscienza; fare in modo che le persone si rendano conto con precisione del tempo passato a fruire di contenuti virtuali, immagini, video, giochi che spostano il piano della comunicazione spesso fuori dalla realtà.

Spieghiamo e raccontiamo con decisione dunque che per effetto di un algoritmo le immagini ci sono proposte, alcuni contenuti piuttosto che altri arrivano alla nostra attenzione così come annunci e proposte commerciali.

Formalizzare un impegno alla chiarezza e alla trasparenza da parte dei professionisti del settore e modificare alcuni inviti all’azione tipici del linguaggio web, perché una condivisione possa essere un incontro nella realtà.

Smontare o comunque rivalutare quelle modalità di comunicazione che sui dispositivi si sono trasformati in attribuzioni di valore a situazioni e persone.

Insomma Tristan Harris sembra voler invitare a riposizionare nel modo corretto le modalità di comunicazione e interazione, un invito, a tratti accorato, a non confondere il piano della realtà virtuale con quella della vita reale e sopratutto a non preferire la prima rispetto alla seconda.

La riflessione immediata che il pensiero di Harris ci suggerisce è che, come spesso accade, al nostro equilibrio è affidata la straordinaria possibilità di utilizzare la conoscenza e l’evoluzione della tecnica come una grande opportunità di crescita. Tuttavia l’equilibrio è un traguardo tutt’altro che immediato da raggiungere e conservare, un sistema dinamico del quale spesso perdiamo il ritmo.

Pensiamoci su.

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